Secondo quanto ricostruito dalla stampa, dopo un inseguimento protrattosi per diversi chilometri, una volta arrestata la marcia del veicolo, due dei tre occupanti si sarebbero dati alla fuga nei campi, mentre il terzo avrebbe aggredito violentemente i due Carabinieri, colpendo la militare con diversi pugni al volto e tentando di strangolare il collega. L’uomo si sarebbe poi dato alla fuga, venendo rintracciato e arrestato alcune ore dopo. Le cronache riferiscono le contestazioni di tentato omicidio, lesioni personali e resistenza a pubblico ufficiale; il fermo è stato successivamente convalidato dal giudice.
«Ai nostri colleghi va innanzitutto la vicinanza di tutta NSC e l’augurio di una pronta e completa guarigione – dichiara Ilario Castello, Segretario Nazionale del Nuovo Sindacato Carabinieri –. Ma un plauso altrettanto convinto va ai Carabinieri che, nelle ore successive, hanno proseguito le ricerche fino a rintracciare il presunto responsabile dell’aggressione».
Per NSC, tuttavia, fermarsi alla solidarietà significherebbe non affrontare il problema che episodi di questa gravità continuano a porre.
«Un posto di controllo rappresenta la quotidianità per migliaia di Carabinieri, eppure può trasformarsi in pochi secondi in uno scenario di estrema violenza. Non possiamo accettare che, in quel momento, la sicurezza di un militare dipenda esclusivamente dalla sua prestanza fisica o dalla sua capacità di resistere a un’aggressione. Le procedure operative esistono, così come esistono limiti e responsabilità nell’uso della forza. Ma davanti ad aggressioni di particolare violenza occorre interrogarsi se l’attuale quadro normativo e gli strumenti a disposizione consentano davvero all’operatore di intervenire con la necessaria efficacia e tempestività per neutralizzare la minaccia».
«Chi indossa un’uniforme non può essere costretto prima a subire la violenza e soltanto dopo a difendersi – prosegue Castello –. Deve essere messo nelle condizioni di interrompere un’aggressione in atto, nel rispetto della legge, tutelando la propria incolumità, quella dei colleghi e quella dei cittadini».
È su questo terreno che NSC chiede alla politica un confronto serio e concreto: verificare se gli strumenti normativi, operativi e di tutela oggi riconosciuti a chi esercita la forza pubblica siano ancora adeguati alla violenza con cui gli operatori possono trovarsi a confrontarsi sul territorio.
«Ma la risposta dello Stato non può esaurirsi nel momento in cui il Carabiniere riesce a bloccare un aggressore. Da quel momento intervengono altri attori istituzionali, ciascuno nell’autonomia e nelle competenze attribuitegli dalla legge. Forze di polizia, autorità giudiziaria e sistema penale rappresentano passaggi diversi di una risposta che deve essere complessivamente efficace».
«Quando parliamo di certezza della pena – precisa Castello – non chiediamo scorciatoie, automatismi né interferenze nell’autonomia della magistratura. Chiediamo che a condotte di particolare gravità corrisponda una risposta effettiva dell’ordinamento, nel pieno rispetto delle garanzie previste dalla legge. Tutti gli anelli istituzionali concorrono, ciascuno nel proprio ruolo, alla sicurezza dello Stato e dei cittadini».
«Difendere l’autorevolezza dell’uniforme non significa chiedere privilegi per chi la indossa. Significa fare in modo che chi rappresenta lo Stato sul territorio possa esercitare legittimamente le proprie funzioni senza essere lasciato solo davanti alla violenza – conclude Castello –. Un Carabiniere tutelato, preparato e messo nelle condizioni di intervenire efficacemente è un Carabiniere che può tutelare meglio i cittadini. È questa la sicurezza che chiediamo allo Stato di garantire».
Ilario Castello, Segretario Nazionale del Nuovo Sindacato Carabinieri – NSC