Il punto era il nostro futuro economico e professionale: il contratto e la previdenza complementare. Noi avevamo già compreso quale percorso l’esecutivo avesse intrapreso, mentre gli altri si vantavano di aver firmato un contratto che giudichiamo un’elemosina. Rivendicavano esperienza, intuito e numeri, facendo leva soprattutto su promesse che già in passato non erano state mantenute. Tutti erano concentrati a guardare il dito, mentre noi indicavamo la luna.
Per noi è tornato in scena il «Cocer 2.0»: una rappresentanza che ripropone la sudditanza nei confronti del Comando Generale dell’Arma e dell’esecutivo e a nostro giudizio, non riguarda soltanto il Governo attuale: sarebbe stato lo stesso con qualunque altro esecutivo. Non liquidiamo questa critica come una chiacchiera da bar: riconosciamo una continuità con il passato. Per questo diciamo ai nostri carabinieri non lasciatevi incantare dai numeri: da soli non smentiscono quella che consideriamo la trasposizione dal vecchio al nuovo, secondo il solito metodo italico del «tutto cambia per non cambiare nulla».
Il 18 luglio noi siamo stati in piazza a gridare la nostra indignazione. Non siamo carabinieri meno degli altri, ma non accettiamo la realtà edulcorata di chi ci vuole sudditi non pensanti: vediamo e comprendiamo ciò che sta accadendo. Per noi protestare significa prendere il cuore e lanciarlo oltre l’ostacolo, per l’Arma, per le famiglie e per la comunità che ci ama. In quella piazza abbiamo portato la consapevolezza del nostro ruolo e di ciò che abbiamo rifiutato. Abbiamo voluto rappresentare tutti, anche chi è rappresentato da coloro che hanno firmato, a nostro giudizio con troppa leggerezza, in cambio di quella che consideriamo una mancia.
Siamo andati in piazza contro il sistema: contro l’immobilismo di chi finge di agire, il conformismo e la sudditanza. Oggi c’è chi si risveglia dal torpore, scopre di aver sbagliato tutto e vuole scendere in piazza per rivendicare ciò che, a nostro giudizio, non può più ottenere. È questo il contrasto che denunciamo: una mobilitazione tardiva che, nella nostra lettura, non può produrre altro che uno spot fine a se stesso.
Da questa lezione dovremmo imparare a scegliere. In Italia, invece, troppo spesso sembra più facile subire: rimanere ostaggi volontari dà il privilegio di poter dire «non è colpa mia». Ma se liquidiamo la scelta come un’utopia, finiamo per accettare proprio l’immobilismo che denunciamo. La lezione è questa: scegliere, anziché rifugiarsi nell’alibi di non avere responsabilità.
Il nuovo sindacato carabinieri c’era, orgoglioso delle proprie scelte, con i suoi pochi numeri e con i suoi innumerevoli difetti ma con la grande virtù di essere carabinieri e uomini liberi. Io c’ero!
Antonino Megna, Segretario Nazionale del Nuovo Sindacato Carabinieri