In questi giorni frenetici di tentata contrattazione, tra riflessioni, approfondimenti, rinvii e altre nobili forme di ginnastica istituzionale, c’è qualcosa di profondamente stonato e sconfortante. Uno spettacolo non proprio edificante, nel quale le battaglie intestine tra sigle sindacali sembrano ormai una disciplina olimpica. Mentre la politica spesso distratta, talvolta complice, altre semplicemente impegnata a guardare altrove procede indisturbata nel suo smantellamento dei diritti sociali, chi dovrebbe rappresentare i lavoratori in uniforme si divide in una miriade di fronti contrapposti e fumosi. È una guerra dei poveri, certo, ma con una regia così confusa da far rimpiangere perfino le riunioni cobar, una lotta fratricida che non produce vincitori, ma solo sconfitti.
Il paradosso è evidente: invece di unire le forze contro la cattiva gestione, la precarizzazione strutturale, il declino dei salari reali e il costo ascensionale della vita, che sale con più entusiasmo degli stipendi, i sindacati si scontrano tra loro per questioni di sigle, primati, visibilità e medagliette da appuntarsi sul petto. Il tutto a colpi di comunicati sterili e destabilizzanti, spesso specchio di un malessere interno legato a ideologie, ego e position flag, perché evidentemente anche l’autoreferenzialità pretende il suo protocollo cerimoniale.
Una frammentazione che indebolisce la voce collettiva proprio nel momento storico in cui servirebbe più compattezza che mai; ma si sa, quando la nave imbarca acqua, c’è sempre qualcuno impegnato a discutere sul colore del secchio.
Il Nuovo Sindacato Carabinieri, da sempre, ha focalizzato la propria attenzione su temi importanti, evitando accuratamente giochi di potere inutili e l’antica arte di svilire il lavoro altrui. Di esempi potremmo farne tantissimi, a cominciare dalla proposta di legge di iniziativa popolare sulla revisione dell’atto dovuto. È stata un’idea volutamente svalutata da chi, per mera e inutile contrapposizione, invece di puntare alla discussione in Parlamento di un punto cruciale per la vita professionale del carabiniere, ha preferito dedicarsi al godimento cinico nel vederla sfumare per una manciata di firme. Una soddisfazione sottile, quasi artigianale, purché a pagarne il prezzo fossero sempre gli stessi, i lavoratori.
La politica osserva, e spesso approfitta. Del resto, davanti a un fronte diviso, non serve neppure grande strategia: basta attendere che qualcuno faccia il lavoro al posto tuo. Mentre le sigle si contendono iscritti, tavoli, rappresentanza e qualche centimetro di ribalta, i lavoratori perdono potere contrattuale, perdono tutele e soprattutto perdono fiducia. La disaffezione cresce, e con essa l’idea – pericolosissima – che il sindacato non serva più. Ma non è il sindacato in sé a essere potenzialmente inutile: è la sua incapacità di fare squadra, di costruire rete, a renderlo irrilevante. E renderlo irrilevante, va detto, è un servizio gratuito che nessuno aveva chiesto.
Serve un salto di maturità vera. Serve ricordare che il nemico non è il sindacato “rivale”, anche se a volte pare che qualcuno abbia incorniciato questa convinzione in ufficio. Il problema è la deriva politica che da anni scarica su noi lavoratori il peso delle crisi, delle pandemie, delle guerre, delle riforme sbagliate e delle scelte miopi assunte senza confronto. Serve unità d’azione e d’intenti: non necessariamente una fusione, non serve celebrare matrimoni sindacali con lancio di riso, ma almeno una strategia comune su ciò che davvero conta per la vita di ogni iscritto: salario, sicurezza prodotta e ricevuta, contratti dignitosi, welfare per le famiglie, dignità professionale, trasparenza e meritocrazia.
Le sigle sindacali dovrebbero essere ciò che sono nate per essere: strumenti di rinnovo e guardiani nei confronti di chi ci amministra e governa, non protagoniste di una competizione fine a se stessa. Perché quando i sindacati litigano, la politica ringrazia, magari applaude pure in silenzio, e alla fine – con puntualità svizzera – sono sempre e solo i lavoratori a pagare il conto.
Toni Megna Segretario Nazionale del Nuovo Sindacato Carabinieri