È per questo che faccio fatica a comprendere la scelta di un sindacato che chiede ai propri iscritti se fare o non fare una determinata cosa. Con l’atto di delega, che è prima di tutto un atto di fiducia, il collega ha già affidato a chi lo rappresenta il compito di valutare, decidere e assumersi la responsabilità delle proprie scelte.
L’ho fatto perché ritengo che chi dirige un’organizzazione sindacale debba avere le competenze, la preparazione e il coraggio di assumersi la responsabilità delle decisioni che prende.
E allora una domanda sorge spontanea: e se questo fosse un modo per decidere senza assumersi davvero la responsabilità delle proprie scelte? E se ci si fosse accorti che contrattare è ben diverso dal concertare e che, proprio per questo, qualcuno oggi si trovi in difficoltà?
Nutro rispetto per tutte le sigle sindacali, così come rispetto ogni collega che sceglie liberamente a quale organizzazione iscriversi. Ognuno deve poter aderire al sindacato che ritiene più idoneo a rappresentarlo. Ed è proprio questo il punto: rappresentarlo, non trasferire agli iscritti decisioni che competono a chi è stato delegato per assumersene la responsabilità.
Andiamo avanti. Un altro tassello si aggiunge al grande mosaico della crescita della consapevolezza tra i militari: quella di poter essere parte delle decisioni che riguardano il proprio futuro. Ma le decisioni devono essere orientate al miglioramento concreto delle condizioni di lavoro, della dignità professionale, delle tutele economiche e previdenziali del personale, non diventare parte di logiche o di giochetti del do ut des.
I militari sanno decidere. E il 18 luglio lo dimostreranno ancora una volta, scegliendo liberamente di manifestare per difendere i propri diritti, la propria dignità e il proprio futuro. Perché la rappresentanza si misura con il coraggio delle scelte, non con la paura di assumersene la responsabilità.
Alessandro Ragucci, Presidente del Nuovo Sindacato Carabinieri