Ucraina: media, Usa preparano invio missili a lungo raggio

Per la prima volta. Altro pacchetto di aiuti da oltre 2 mld

Borsa: Shanghai apre a +0,20%, Shenzhen a +0,21%

I mercati cinesi aprono la seduta in territorio positivo

Borsa: Hong Kong positiva, apre a +0,36%

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Assassinio ex presidente Haiti, 4 incriminazioni in Usa

Tre haitiani-americani e un cittadino colombiano

Borsa: a Tokyo apertura in rialzo (+0,63%)

Segue accelerazione Wall Street, si attenuano timori inflazione

Coppa Italia: 1-0 all'Atalanta, Inter in semifinale

Decisivo il gol di Darmian nella ripresa

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Secondo i media potrebbe trattarsi di un femminicidio-suicidio

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Parigi, guerra di cifre sul corteo, fra 500.000 e 55.000

87.000 la cifra della polizia, 55.000 osservatorio indipendente

di Monica Giorgi – Presidente Nuovo Sindacato Carabinieri

L’Arma dei Carabinieri, insieme alla Polizia di Stato, è in prima linea nel contrasto al fenomeno della violenza di genere. Per chiedere aiuto, in prima battuta, le vittime chiamano il 112, oppure si recano direttamente presso un Comando Stazione o la locale Questura per sporgere denuncia. Per far fronte a queste richieste, negli anni la Polizia di Stato ha creato delle apposite squadre di personale specializzato, normalmente inquadrate nella Squadra Mobile, mentre nell’Arma sembrerebbe che i casi vengano perlopiù trattati a livello di Comando Stazione da personale che raramente ha avuto la fortuna di ricevere un’apposita preparazione.

Da ormai diversi anni l’Arma si occupa di istruire il personale con corsi svolti perlopiù presso l’Istituto Superiore di Tecniche Investigative di Velletri. Gli sforzi profusi dall’Istituzione in tal senso sono evidenti, ma non possiamo non sottolineare, come sindacato, che la formazione su questo tema ha riguardato una piccolissima percentuale di coloro che appunto operano a contatto con il pubblico o che si occupano del primo intervento. E la formazione tramite il passaparola su questo tema, laddove presente, non è da ritenersi adeguata. Né può essere sufficiente una formazione basata si circolari interne che vengono interpretate di volta in volta in base alla sensibilità del superiore di turno. Purtroppo ci risulta che spesso sarebbero state investite risorse in personale che né prima, né dopo il corso di formazione, ha mai seguito un solo caso di Codice Rosso poiché non presta servizio in Stazione. Spesso, i colleghi che trattano normalmente i codici rossi, nel migliore dei casi, si formerebbero da autodidatti.

Come NSC, uno degli obiettivi che ci poniamo è quindi quello di fornire un contributo a quella che è la formazione dei Carabinieri su questo argomento, che dovrà essere organizzata in maniera capillare, altrimenti si rischia che la vittima ottenga un risultato diverso a seconda di chi incontra o di dove si reca. Le vittime devono trovarsi davanti un o una professionista: un’adeguata preparazione garantirà sostegno e aiuto alla vittima, e consentirà ai colleghi di poter operare in sicurezza. Un carabiniere che sa, che conosce la materia, opera in sicurezza. Se ben formato, tutela sé stesso e gli altri. Perché in questi casi una corretta valutazione può voler dire salvare vite umane.

In un settore così delicato, il diritto e la tecnica non sempre bastano. Lo spessore culturale dell’operatore di polizia può risultare decisivo nei casi di violenza di genere, perché capace di smontare argomenti che appaiono come logici, dimostrando come questi siano il frutto di pregiudizi e impressioni, stereotipi presenti in ognuno di noi e che funzionano alla stregua di automatismi. Altresì, un operatore culturalmente preparato in tal senso sarà capace di disarticolare discorsi spesso umanamente condivisi, ma del tutto fuorvianti nel ricostruire fedelmente il vissuto della vittima. Appare dunque evidente l’importanza di una specifica professionalità e l’acquisizione di una prospettiva culturale tale da non far correre il rischio per l’operatore di inquinare l’accertamento del fatto e, dunque, l’esito del procedimento.

In questi casi, proprio per la loro peculiarità, all’assenza di formazione si sopperisce, purtroppo, con quello che è il proprio background culturale. È impensabile che il personale in questi casi agisca secondo un background culturale che nella maggioranza dei casi si è realizzato in caserma, quello dove per anni ha prevalso lo stereotipo virile ma anche la stigmatizzazione verso ogni differenza – che possa essere l’essere sovrappeso, l’essere non abbastanza virile, l’essere una “femminuccia” (associando vulnerabilità, sofferenza e debolezza al femminile) – finendo per rendere, paradossalmente, alle volte, questi stereotipi e queste stigmatizzazioni una “risorsa” per costruire la disciplina militare. Con l’ingresso delle donne nelle Forze Armate sicuramente qualcosa è cambiato in tal senso, ma riteniamo legittimo supporre che ancora oggi quella legge invisibile di “conformismo alla virilità” possa finire per avere ripercussioni negative sui militari stessi, su quello che sarà il loro agire, il formulare delle valutazioni in materia di contrasto alla violenza di genere. Tra l’altro, non dimentichiamoci che ancora oggi viviamo pure una società dove ci viene insegnato che i “veri uomini” sono quelli che non mostrano sentimenti, né cedimenti, dove i migliori sono i più ricchi, i più potenti, i più realizzati, e dove vi è poco spazio nella loro educazione, sin dall’infanzia, per doti come sensibilità, emotività, empatia. Per questo ritengo, tra l’altro, che la violenza di genere non è un fenomeno dal quale possiamo prendere le distanze pensando che riguardi solo quegli uomini maltrattanti che vengono penalmente perseguiti. E’ un problema che ci riguarda tutti e tutte, proprio perché è culturale.

Un’idea che intendiamo portare avanti come sindacato è quella di collaborare, oltre che con i Centri Antiviolenza in materia di formazione da offrire ai colleghi, anche con i c.d. centri per uomini maltrattanti, ovvero quelle associazioni presenti sul territorio a supporto degli autori di violenza, gestite da professionisti – avvocati, psicologi – che a nostro avviso potrebbero risultare utilissimi nel formare il personale, soprattutto quello che si occupa del primo intervento e che dunque si trova ad avere contestualmente a che fare sia con la vittima che con il maltrattante. Gli operatori di questi centri, quasi sempre uomini, potrebbero fornire suggerimenti preziosi ai colleghi sul come approcciarsi con gli autori di violenze domestiche, perché sono casi in cui un atteggiamento scarsamente empatico oppure un po’ maschilista, posti magari in essere dall’operatore senza che lo stesso se ne renda neppure conto, possono fare davvero danni enormi.

RIPERCUSSIONI

Come sindacato, non possiamo non tenere conto del contraccolpo emotivo che al quale alla lunga può andare incontro chi tratta e riceve questo tipo di denunce per molto tempo.

Gli esperti ritengono che nel trattare questi casi sia necessario un “ascolto attivo”: un ascolto impegnativo, empatico, tutt’altro che passivo, che richiede di uscire dalla trappola dell’ego, la stessa che ci suggerisce di procedere in base a pregiudizi e stereotipi.

In questo senso, non posso esimermi dall’evidenziare come ancora oggi si dia per scontato che i colleghi impiegati in una mansione così impegnativa – e purtroppo alla lunga umanamente logorante -, ad elevata implicazione relazionale e nella quale vengono assorbite informazioni tutt’altro che “neutre”, trattandosi quasi sempre di storie di maltrattamenti e sofferenze,  possano essere impiegati anni e anni di fila nella medesima mansione senza la possibilità di un temporaneo cambio di incarico, anche dopo numerose domande di trasferimento negate. Vi posso garantire che, emotivamente, un conto è ricevere una denuncia per una rapina, un conto una denuncia per maltrattamenti in famiglia dove magari ci sono di mezzo anche bambini molto piccoli, con la conseguente sensazione di responsabilità che ne deriva. Certo, anche gli psicologi ascoltano quotidianamente i disagi ed i malesseri delle persone, ma contestualmente sanno cosa devono fare per tutelarsi in tal senso. Per noi militari, l’opzione di rivolgersi alla propria infermeria presidiaria di riferimento è da molti ritenuta un’opzione non percorribile. Non ci risulta che vi sia traccia di un’attenzione verso questo argomento, ovvero di un atteggiamento volto a comprendere come affrontare questa problematica. Rivolgersi ad uno psicologo interno all’Arma è per molti colleghi ritenuta un’opzione che potrebbe implicare un pericolo per la propria carriera. Si badi bene, queste sono le sensazioni diffuse tra il personale che ama il proprio lavoro, che lo ha sempre svolto con entusiasmo e che si è trovato – come può accadere chiunque, perché siamo esseri umani – a manifestare semplicemente qualche tratto, o i tratti, di quella sindrome tipica delle professioni di aiuto, tra le quali vi rientrano appunto anche le FF.OO:, ovvero il burn-out, che nel suo stadio più grave può tramutarsi in un totale disinteresse verso la propria attività lavorativa, insieme ad altri sintomi accusati a livello fisico.

L’alternativa, per i carabinieri, per uscire da questa situazione, potrebbe essere quella di mettersi a rapporto dai propri superiori, ma troppo spesso il timore è quello di essere visti come dei portatori di problemi. C’è purtroppo una generale diffidenza anche intorno a questa opzione, perché la sensazione è quella che non ci sia comprensione verso questa specifica problematica. La richiesta fatta dal militare che segnala di sentirsi provato dalla propria attività lavorativa sarebbe vissuta come un problema e non come una diretta, possibile conseguenza della tipologia del lavoro che svolge. E rischierebbe comunque di costargli un invio di infermeria.

L’idea che intendiamo portare avanti, come sindacato, è quella di evidenziare come questo argomento rientra di fatto tra quelle che sono le responsabilità del datore di lavoro: nell’art. 28 del Testo Unico sulla sicurezza nei luoghi di lavoro (D.L. n. 81/08) è indicato chiaramente che è responsabilità del datore di lavoro identificare i fattori da stress, di prevenirlo, di eliminarlo e di ridurlo, in quanto costituenti un rischio per la salute e la sicurezza, e che lo stesso datore di lavoro dovrà stabilire le misure adeguati di intervento. Altresì, riteniamo che sarebbe opportuno valutare la possibilità, per l’Amministrazione, di rendere meno farraginoso e impervio il meccanismo che riguarda la mobilità, ovvero i trasferimenti. Non abbiamo alcun interesse di entrare nel merito di quelle che sono le valutazioni di un comandante in tal senso, ma delle implicazioni che ciò può avere sulla serenità lavorativa dei colleghi, quello sì. Perché mobilità, può anche significare uscire da situazioni di non serenità.

L’argomento trattato oggi non è importante – a tutela dei colleghi – solo sul piano professionale, ma anche sul piano personale, perché colleghi e colleghe formate su questo argomento non saranno solo dei buoni Carabinieri e Carabiniere, ma anche dei coniugi e dei genitori migliori. E persone migliori.

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